Millennials, Smartworking e PA

Oggi intervisto per voi un millennial che ha dedicato la sua tesi di laurea allo smartworking e alla pubblica amministrazione: Antonio Pepe. Il suo punto di vista è prezioso e ci dà spunti importanti per il futuro della PA.

Hai confrontato tre pubbliche amministrazioni nel loro tentativo di introdurre esperimenti di smartworking. A tuo parere quanto troveranno implementazione queste forme di flessibilità nella PA nei prossimi 3 anni?

L’implementazione di queste forme di flessibilità dipenderà sicuramente da due aspetti: il primo è sul piano delle forme di flessibilità precedenti lo SW, è sicuramente un aspetto che incentiva e rassicura i dirigenti rispetto all’implementazione dello SW. L’altro aspetto è quello di carattere organizzativo: lo SW richiede che vi siano i presupposti tecnologici (gestione documentale informatizzata, protocollo informatico). Questi strumenti dovrebbero essere già presenti ma non vi è certezza a riguardo. Nel contesto organizzativo è importante considerare la gestione delle risorse umane: c’è bisogno di dirigenti e dipendenti motivati, impegnati a migliorarsi e a migliorare lo status quo. In questo senso la parola fondamentale è responsabilizzare nei rapporti di lavoro prima dello SW. Senza responsabilizzazione, lo SW risulta inefficace. Ad oggi è difficile dire quante amministrazioni pubbliche abbiano queste caratteristiche materiali e non, si può solo dire che la diffusione di telelavoro e SW dipenderà sicuramente dagli attori in campo e dalle risorse disponibili ( es. fondi regionali e fondi europei).

Il dipartimento della funzione pubblica (da te citato come possibile motore di innovazione) su quali leve dovrebbe spingere per aumentare l’applicazione dello smartworking nelle PA?

La prima cosa che il DFP deve fare è definire le linee guida. Avendo lavorato personalmente alla bozza fino a qualche giorno prima del referendum costituzionale, credo che sia la prima necessità da soddisfare. Non si può perdere altro tempo se si pretende che le amministrazioni abbiano almeno il 10% dei dipendenti in SW/telelavoro entro l’agosto del 2018.
La seconda funzione è sicuramente quella di mettere in contatto le pubbliche amministrazioni e dare loro incentivi per scambiare buone pratiche in tema di flessibilità: Il Comune di Torino e la Provincia Autonoma di Trento hanno chiaramente manifestato la volontà di volere diffondere le loro esperienze. Per diffondere queste esperienze, il DFP e il Dipartimento per le Pari Opportunità potrebbero organizzare la Settimana del lavoro agile per il pubblico, emulando la settimana dell’amministrazione aperta che si è appena tenuta . La locazione potrebbe essere anche un luogo differente da Roma. Si potrebbe ospitare a Torino, Trento o Bergamo o a Palermo. Insomma, va diffusa la buona novella e i vantaggi derivanti.
Infine, si potrebbero dare incentivi economici per chi riesce tramite lo SW a ridurre i costi dell’amministrazione tramite misure di flessibilità. Le risorse sono certo scarse, però dare risorse una tantum in cambio di risparmi nel lungo termine è sicuramente un bilancio a somma positiva. Questa misura si potrebbe fare rientrare nella legge di bilancio tra le misure per la razionalizzazione della spesa del 2017.
Infine un altro aspetto è quello di monitorare: bisogna monitorare le varie esperienze e capire come queste funzionano. Raccogliere dati e informazioni deve essere il punto di partenza per ogni buona legge. Purtroppo il monitoraggio non è obbligatorio per il DFP e per le amministrazioni.
Questo è quello che penso io, ma non so fattivamente quanto tutto ciò sia possibile. Voglio essere ottimista e pensare che ci siano margini di azione. Tutto dipenderà dagli sviluppi politici.

Come millennials tu oggi avresti voglia di lavorare in una PA? Cosa potrebbe farti cambiare idea a riguardo?
Io ho voglia di lavorare nel pubblico italiano, ma faccio parte di una piccola minoranza di persone che pensano che lo stato possa migliorare il benessere di una società. C’è da dire che questo scarso attaccamento al pubblico non è un fenomeno solo italiano, ma è un atteggiamento diffuso anche in altri paesi e ci sono vari studi che se ne sono occupati. La nostra generazione vuole emergere professionalmente e vuole guadagnare tanto, anche a costo di sforzi immani. Questo non è sempre possibile nel pubblico, dove gli stipendi sono più bassi rispetto al privato e il merito non è sufficientemente valorizzato, facendo prevalere le logiche politiche a quelle motivazionali. La seconda ragione è l’immagine del pubblico. Oggi le amministrazioni sono luoghi poco dinamici e poco stimolanti, se visti dal di fuori. La nostra generazione conta di cambiare lavoro più volte nella propria vita per sperimentare esperienze diverse e imparare sempre di più. Il settore pubblico non offre questa possibilità. Se è vero questo, lo SW può aiutare in questa direzione. La conciliazione della vita-lavoro nel pubblico è sicuramente un incentivo importante per attrarre giovani risorse e permettere loro di costruirsi stabilmente un futuro con la famiglia.
Infine non ci sono programmi per la selezione dei dipendenti. E’ giusto che i dipendenti pubblici entrino per concorso ma è necessario inventarsi programmi di selezione per i neolaureati. Molte agenzie delle Nazioni Unite stanno andando in questa direzione. I programmi ti permettono di sperimentare per 2-3 anni differenti funzioni in vari progetti per il mondo. Il fine è investire sulle persone per sviluppare i migliori talenti.
Il caso italiano è quanto mai complicato. Ad oggi i concorsi pubblici sono chiusi, soprattutto per i comparti delle istituzioni locali, regionali e centrali. L’età media supera i 50 anni e i giovani, se lavorano nel pubblico, sono precari. Il conflitto generazionale è evidente. Cosa fare? Aprire i concorsi pubblici ora per permettere il trasferimento delle conoscenze dall’attuale generazione alla nuova generazione. Semplificare i concorsi. Un studio di Banca d’Italia dice che per partecipare ad un concorso pubblico c’è bisogno di 5 mesi di preparazione full-time, implicando un costo per mancati stipendi di 1.300. Considerando le 280mila persone che hanno sostenuto i concorsi nel 2014, si calcola un costo di 1 mln di mesi spesi in preparazione e 1,4 mld di euro in mancati stipendi. Aggiungo che i concorsi pubblici non bastano più per selezionare i dipendenti pubblici. Permettere di lavorare pagati per brevi periodi quando si è ancora studenti nelle amministrazioni è essenziale. Io ho lavorato per tre mesi al DFP senza percepire un euro. Per fortuna la mia università mi compensa per parte dei costi sostenuti. Ma tutti gli altri studenti che non hanno questa possibilità, come fanno? Questo quadro non incoraggia anche i giovani più motivati.
Si può fare molto di più per migliorare lo stato delle cose e con notevoli vantaggi. I giovani sono da sempre fattore di innovazione e sono una grande risorse produttiva, soprattutto nei primi anni di lavoro. I vincoli di bilancio non possono impedire che queste risorse rimangano inutilizzate o peggio ancora vadano all’estero.
Credo di essere andato oltre la sua domanda, ma le ho risposto quello che penso da tempo.

Grazie Antonio, la PA ha bisogno di gente come te.

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Olimpiadi, amore e telelavoro.

Oggi diamo una svolta romantica a questo blog: sentiremo l’esperienza di Gemma. Se volete curiosare sull’inizio della storia d’amore che porterà Gemma ad interessarsi al telelavoro potete sbirciare qui.

Ora diamo voce a lei stessa.

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[Guest post di Gemma Cassia]

Ricordo l’emozione del primo giorno del mio telelavoro.

Installare il PC, verificare che la connessione funzioni, organizzare il mio lavoro e mettere in pratica le procedure concordate con la mia direzione.

Io lavoro in biblioteca Civica centrale, un lavoro interessante e appassionante che comporta il lavoro in squadra, il contatto con il pubblico, la possibilità di esercitare la propria creatività nella risoluzione dei problemi e nel miglioramento del servizio.

All’inizio del 2016 per mio marito (che è francese) si è verificata la necessità di rientrare a lavorare in Francia…Che fare? Separarsi, lavorare e vivere in due paesi diversi e vedersi solo nei fine settimana? (neanche tutti perché lui, essendo infermiere, lavora spesso anche il sabato e la domenica…).

Per poter continuare a lavorare senza disunire la mia famiglia, ho chiesto informazioni sul telelavoro e grazie alla disponibilità della mia Direzione, abbiamo concordato alcune funzioni che potessero essere svolte a distanza.

Attraverso la rete comunale installata sul PC che mi è stato dato in dotazione, posso raggiungere le applicazioni che mi servono. Mi occupo in particolare dello smistamento della posta che arriva nelle quattro caselle che fanno capo alle biblioteche e nella presa in carico delle risposte di mia competenza; dell’inserimento on line del patrimonio librario pregresso e dell’aggiornamento on line dell’agenda mensile delle iniziative. Il tutto in continuo contatto con i miei colleghi, tramite posta elettronica e cellulare (essendo vicino alla frontiera, il mio cellulare ha la rete italiana). Rientro in biblioteca una settimana al mese e raggiungo il mio gruppo di lavoro, con il grande piacere di ritrovare i miei colleghi e di confrontarmi con loro.

Con il telelavoro sento di fare parte di un gruppo di pionieri (attualmente siamo una quarantina), che stanno sperimentando nuove forme e metodi di lavoro, che si avvalgono della tecnologia e del fondamentale rapporto di fiducia – impegno che si deve creare fra l’amministrazione e il dipendente.

Devo inoltre evidenziare quanto sia stato importante poter effettuare il telelavoro in un mio momento di particolare difficoltà: in seguito ad un incidente, sono stata ricoverata una decina di giorni in ospedale.

Al momento del mio rientro a casa, il mio stato generale era migliorato (pur avendo da effettuare delle medicazioni giornaliere) ed ho potuto ricominciare a lavorare, cosa impossibile se avessi dovuto recarmi in ufficio tutti i giorni.

Questo mi ha aiutato tantissimo per ritornare ad una vita “normale”, distrarmi dai miei problemi e sentirmi utile, di nuovo collegata con il mio gruppo di lavoro.

Ringrazio le Risorse Umane dell’Amministrazione Comunale torinese, la mia Direzione e le persone che mi hanno sostenuto in questo progetto.

Tutti insieme possiamo guardare avanti e contribuire a creare condizioni di lavoro che possano conciliare al meglio la vita dei dipendenti e le necessità di qualità, efficacia ed efficienza dell’Amministrazione.

Lavorare in modo diverso è possibile. Io ho scelto di essere una Assistente Virtuale.

Vi regalo una bella storia per Natale. Oggi un post sotto la neve di una persona incontrata sul web, che vive a Saluzzo ma lavora nel mondo.

(Guest post di Maela Marin)

Saluzzo sotto la neve oggi.
Saluzzo sotto la neve oggi.

Oggi nevica. Sorrido pensando che per andare in ufficio non dovrò mettermi alla guida su strade intasate di traffico. Sorrido e guardo la neve che scende fuori dalla finestra di casa mia. Sono a casa, ma sono al lavoro.

Se qualche anno fa mi avessero detto che avrei lavorato da casa mi sarei messa a ridere. Davvero.

Ho studiato lingue perché mi piaceva viaggiare, incontrare persone di culture diverse, parlare con loro, capirle.

Così ho iniziato a lavorare come commerciale e con il tempo sono diventata responsabile dei mercati esteri in una piccola azienda. Un sogno.

Ho adorato il mio lavoro: cercare nuovi potenziali clienti, andare a trovarli, viaggiare in giro per l’Europa da sola. Sono stati anni davvero belli e che mi hanno insegnato molto.

Grazie a quel lavoro sono cresciuta, ho imparato ad organizzarmi, a lavorare in modo indipendente. Negli anni è cresciuto anche il mio interesse per il mondo digitale, il blogging, nuovi mezzi per comunicare con i clienti, un modo nuovo di fare marketing.

E senza quasi che me ne rendessi conto ho iniziato a scontrarmi con l’immobilità aziendale, la rigidità del “Si è sempre fatto così e così sempre si farà.”

L’amore per il mio lavoro c’era ancora, ma iniziavo a sentirmi insofferente verso i ritmi imposti dalla vita in ufficio, le 10 ore fuori casa, il tempo perso in macchina. La perenne lotta per conciliare lavoro e vita personale. Le ferie “standard” due volte l’anno. I viaggi di lavoro fissi e sempre più rari quelli per svago. Sentivo che non era più quella la vita che volevo. Leggevo di smart working, di lavoro agile e sognavo la flessibilità. Sapevo che esisteva un modo di lavorare diverso, ma purtroppo sapevo anche che non l’avrei ottenuto in azienda. “Si è sempre fatto così e così sempre si farà.”

È stato proprio in quel periodo di insoddisfazione che navigando su internet, ho trovato il sito dei Nomadi Digitali e grazie a loro ho scoperto la storia di Mary Tomasso e il suo corso per diventare Assistente Virtuale.

Mi sono iscritta al corso e frequentandolo ho capito che quella professione, ancora quasi sconosciuta in Italia, poteva essere perfetta per me. Ho costruito il mio business plan, creato il sito, ho preparato le basi per la mia nuova attività e… mi sono lanciata. Ho lasciato il posto fisso in azienda per lavorare da casa come Assistente Virtuale. Per qualcuno una scelta folle, per me una scelta ponderata e necessaria.

Ora uso le mie competenze linguistiche e commerciali per assistere imprenditori che lavorano con l’estero. Da remoto, senza essere fisicamente in ufficio con loro.

Sono ancora all’inizio della nuova attività, un po’ presto per fare bilanci o tirare le somme. Ma grazie a questo lavoro ho scoperto una nuova dimensione: niente più corse pazze per arrivare in ufficio, niente più orari rigidi da rispettare. Lo stress è magicamente diminuito.

Certo, per avere la flessibilità che sognavo ho dovuto rinunciare al posto fisso e crearmi una mia attività, ma sono contenta della scelta. Per ora ci metto tutta la passione e la competenza che ho, felice di poter crescere ogni giorno, di sentirmi realizzata professionalmente, senza rinunciare a ritmi di vita più “umani”.

Tutto perfetto? Assolutamente no. Come dico sempre il lavoro da casa non è per tutti.

Al di là della difficoltà di gestire una propria attività indipendente, bisogna comunque sapersi organizzare, saper decidere in autonomia, essere molto (ma molto) diligenti e allenarsi a evitare le distrazioni. E occorre essere portati a lavorare in solitudine.

Lavorare da remoto non è per tutti, ma è comunque una possibilità che andrebbe offerta a chiunque.

Per alcuni potrebbe essere la conferma che la vita in ufficio è decisamente meglio.

Per altri potrebbe essere una piacevole scoperta.

Per gli imprenditori potrebbe essere un modo per scoprire e sfruttare potenzialità inespresse.

A mio avviso sarebbe di sicuro un arricchimento per l’azienda.

Utopia? Spero di no. Da quando ho iniziato a lavorare come Assistente Virtuale ho scoperto aziende e realtà bellissime che riescono ad organizzarsi con team in remoto, promuovendo il lavoro agile e la flessibilità. Ho visto che un modo diverso di lavorare esiste, è possibile.

La rivoluzione digitale è in corso, il mondo del lavoro sta già cambiando. Ci resta solo da chiederci “voglio farne parte? O voglio restare indietro?”.

Io ho scelto 😉

Tempi di vita e di lavoro – Equilibrio possibile.

(Guest post di Marina Penna)

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Giornata intensa ieri alla Presidenza del Consiglio, molti i relatori al convegno Tempi di vita e di lavoro – Equilibrio possibile. Due le sessioni, una dedicata al monitoraggio degli interventi a favore della conciliazione di due programmi (Intesa 1 e Intesa 2) e l’altra dedicata al lavoro agile.

Un resoconto completo sarebbe troppo lungo, perciò vi racconto quello che mi ha colpito di più e vi rimando per gli approfondimenti al sito del Dipartimento delle Pari Opportunità su cui saranno pubblicate le slides. http://www.pariopportunita.gov.it/

Nella prima parte il focus è stato sulle politiche di occupazione femminile. Dalle statistiche emerge un’Italia non solo fanalino di coda per l’occupazione femminile, ma anche un Paese in cui si è andata progressivamente spegnendo la spinta verso il futuro. La rinuncia, spesso forzata, delle donne al lavoro per la maternità o alla maternità per il lavoro ha sottratto e sottrae risorse preziose allo sviluppo economico e demografico e rende più difficile la nostra uscita dalla crisi.

Gli aspetti più innovativi delle politiche messe in campo dalle Regioni e analizzate dal monitoraggio sono il passaggio dal welfare primario a quello secondario, la capacità di attivazione di risorse non pubbliche e l’evoluzione della cultura della flessibilità. Il disegno e nella governance di queste politiche dimostrano di evolvere quando arrivano a considerare la conciliazione come un percorso partecipato che ridefinisce le organizzazioni della vita privata e del lavoro dove tutti i soggetti coinvolti devono trovare la “soddisfazione” delle proprie esigenze.

Negli interventi sul lavoro agile della seconda sessione quello che mi ha colpito di più è stata la netta demarcazione fra chi, nella pubblica amministrazione, ha ragionato sul lavoro agile come di una categoria, senza essersi cimentato con i reali problemi e vantaggi e chi ha invece provato a costruire un percorso autentico di benessere organizzativo all’interno di percorsi reali di una amministrazione anche ricorrendo al lavoro agile.

I primi hanno messo in evidenza diffidenza, ostilità e timori di dirigenti, sindacati e dipendenti. Nelle parole dei secondi era a stento contenuto l’entusiasmo di aver realizzato esperienze di collaborazione positiva tra dipendenti e dirigenti e di aver raggiunto insieme successi che andavano al di là delle aspettative dei partecipanti.

Il punto cruciale del lavoro agile è nel trasferimento di responsabilità tra il datore di lavoro e il dipendente. Questo trasferimento può avvenire in serenità solo quando è parte di un processo più ampio autenticamente finalizzato al miglioramento del benessere organizzativo e quando è partecipato.

I comuni intervenuti hanno parlato delle proprie esperienze di sperimentazione di “lavoro agile” inserito nei propri processi interni di organizzazione di benessere organizzativo e di gestione delle risorse. In tutti i casi presentati c’è stato un reale ascolto del dipendente, non solo dei suoi bisogni di conciliazione, ma anche delle sue idee e delle sue proposte che il comune ha fatto proprie e che hanno realizzato insieme con successo.

Tutto questo è lontano milioni di anni luce dal telelavoro rigido e sofferto, infarcito di inutili, irritanti, umilianti prescrizioni adottato da molti uffici della PA. E’ difficile credere che non approcceranno al lavoro agile della legge Madia con lo stessa cultura dell’ostacolo e della punizione preventiva dei dipendenti che hanno adottato fino ad ora.

Il telelavoro al tempo dell’allerta meteo

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Villafranca Piemonte questa mattina, foto di Anna Godino

Svegliandomi dopo una settimana di pioggia, con tutto il Piemonte in allerta meteo alta, mi sono alzata pensando ad un mondo diverso. Un mondo in cui chi lavora in ufficio, svegliandosi e trovando una citta’ bloccata, ponti chiusi e fiumi in piena, possa sedersi in casa sua con un pc e lavorare senza disturbare il resto del mondo con suoi spostamenti. Ho sognato un mondo in cui sia normale ricevere un’email in cui il personale invita i dirigenti a lasciar lavorare da casa le persone che lavorano con loro.

Quest’ultima cosa e’ successa davvero in qualche azienda a Torino e ora fuori dalla finestra si intravede perfino uno spicchio di sereno.

Perchè Lisa ha scelto il telelavoro?

Progetti per il futuro che contemplano il distacco graduale ma inesorabile dal lavoro di ufficio, che non amo ma che mi garantisce un reddito minimo di sopravvivenza ( in attesa che arrivi il reddito di Esistenza o di Vita ). Progetti per il futuro che riguardano il cambiamento costante ed esperienze sempre nuove e sempre più arricchenti e stimolanti.

Questo voglio. E il telelavoro va in questa direzione. Il resto sono solo paure e, in definitiva, ipotesi vaghe.

Se volete leggere la sua storia e il suo blog…andate qui.

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Smartworking di coppia

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Da oggi anche mio marito fa smartworking o telelavoro o cosa volete voi.

Io lavoro 4 giorni a casa e 1 in ufficio.

Lui lavora 4 giorni in ufficio e 1 da casa.

Ma quanto siamo complementari pure nel telelavoro?  🙂

Cosa significa questo? Che finalmente mio marito fara’ anche qualcosa in casa e che parecchie aziende, come la sua, hanno sentito parlare di smartworking e lavoro agile, grazie alle giornate del lavoro agile e all’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano. Hanno letto cosa fanno gli altri e ora ci provano, iniziano.

Oggi voglio ringraziare le pubbliche amministrazioni che hanno saputo diffondere buone pratiche per il bene comune. Hanno creato collaborazione tra pubblico e privato, hanno inziato un cambiamento culturale che non pareva possibile in Italia.

Ecco, questa e’ la pubblica amministrazione per cui voglio lavorare.