Il telelavoro che scatena l’imprenditore che è in noi.

(guest post di Isabella Del Ponte)

Ebbene si,  chi di noi almeno una volta,  non ha pensato con la fantasia di intraprendere progetti ambiziosi  per concretizzare un’ idea,  ad ipotizzare situazioni che incentivano il nostro entusiasmo oltre al fare,  nel  creare ed immaginare qualcosa di nuovo?  Credo sia una seduzione che tutti abbiamo provato!

Ed ecco allora , per i più fantasiosi , il sogno di creare un progetto tutto loro, magari nell’ambito che più li appassiona, sognando ad occhi aperti di diventare protagonisti di una grande idea.

Forse è proprio così, che a qualcuno riesce l’avventura di intraprendere coraggiosamente un percorso da vero imprenditore, dando sfogo alla parte più ideologica e creativa del suo progetto.

Ma aimè il sogno non è certo per tutti, nè tantomeno  lo è  per chi invece affronta il lavoro con una mansione dipendente, subordinata, dove da inventare e progettare situazioni entusiasmanti  è effettivamente difficile.

Ma con un po’ di fantasia, direi che una mano ce la dà proprio il telelavoro!

Perché da questa piccola rivoluzione possiamo incominciare a sentirci un po’ più padroni della nostra mansione e del nostro tempo e magari incominciare ad immaginarci come piccoli imprenditori di noi stessi.

Meno vincoli d’ufficio, meno orari da seguire, meno rapporti di dipendenza dalla struttura, meno vincoli di convivenza ecc. ecc., al pari di un lavoratore autonomo, che sull’altro piatto della bilancia sa però di dover far fronte, con la massima cura ed impegno nel portare avanti il suo lavoro, alla responsabilità del suo operato.

Ed ecco allora che anche la routine della propria mansione, vissuta  come se fossimo i consulenti di questo progetto, assume un aspetto meno vincolante, dove è possibile apportare soluzioni proprie, certamente più creative, dove le decisioni si possono prendere in prima persona, si possono trovare delle idee  più congeniali per ottimizzare le proprie risorse al meglio, farsi delle domande e darsi delle risposte, adoperarsi  ad intraprendere   progetti per lavorare meglio .

Il lavoro diventa nostro!  A noi migliorarlo e viverlo come un “impresa” personale.

Ed in fondo è un po’ la sensazione che provo ogni volta che rientro nel mio ufficio di appartenenza e con una certa stizza di gelosia, sicuramente bonaria, vengo accolta da colleghe snervate che mi dicono: “eccola arrivata la nostra libera professionista!”

A buon intenditor…..

Che telelavoro sia!

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La giornata della felicità

Oggi 20 marzo è la giornata della felicità,

sapevatelo.

Nonostante questo vi sentite ancora tristi? Negli ultimi mesi ho lavorato per voi. Ho intrapreso un viaggio nei meandri della felicità sul luogo di lavoro.

Proprio in un momento in cui la mia vita professionale ha cercato di distruggere la mia stessa felicità, quello in cui profondamente credo, la filosofia dello smartworking…

Questo viaggio tuttavia mi ha sempre permesso di avere uno sguardo di fiducia e sono convinta che possa aiutare anche voi.

Vi regalo quindi qui sotto le prime cinque tappe.

  1. Viaggio verso la felicità. Tappa n° 1 del Manifesto
  2. Viaggio verso la felicita’. Tappa n 2: Fucking Monday
  3. Viaggio verso la felicità. 3° Tappa: Lavoro Agile. L’ambizione di essere felici
  4. Viaggio verso la felicità. Tappa n 4. Competere o Cooperare? 
  5.  Viaggio verso la felicità. Tappa n° 5: La palestra della Felicità  

Millennials, Smartworking e PA

Oggi intervisto per voi un millennial che ha dedicato la sua tesi di laurea allo smartworking e alla pubblica amministrazione: Antonio Pepe. Il suo punto di vista è prezioso e ci dà spunti importanti per il futuro della PA.

Hai confrontato tre pubbliche amministrazioni nel loro tentativo di introdurre esperimenti di smartworking. A tuo parere quanto troveranno implementazione queste forme di flessibilità nella PA nei prossimi 3 anni?

L’implementazione di queste forme di flessibilità dipenderà sicuramente da due aspetti: il primo è sul piano delle forme di flessibilità precedenti lo SW, è sicuramente un aspetto che incentiva e rassicura i dirigenti rispetto all’implementazione dello SW. L’altro aspetto è quello di carattere organizzativo: lo SW richiede che vi siano i presupposti tecnologici (gestione documentale informatizzata, protocollo informatico). Questi strumenti dovrebbero essere già presenti ma non vi è certezza a riguardo. Nel contesto organizzativo è importante considerare la gestione delle risorse umane: c’è bisogno di dirigenti e dipendenti motivati, impegnati a migliorarsi e a migliorare lo status quo. In questo senso la parola fondamentale è responsabilizzare nei rapporti di lavoro prima dello SW. Senza responsabilizzazione, lo SW risulta inefficace. Ad oggi è difficile dire quante amministrazioni pubbliche abbiano queste caratteristiche materiali e non, si può solo dire che la diffusione di telelavoro e SW dipenderà sicuramente dagli attori in campo e dalle risorse disponibili ( es. fondi regionali e fondi europei).

Il dipartimento della funzione pubblica (da te citato come possibile motore di innovazione) su quali leve dovrebbe spingere per aumentare l’applicazione dello smartworking nelle PA?

La prima cosa che il DFP deve fare è definire le linee guida. Avendo lavorato personalmente alla bozza fino a qualche giorno prima del referendum costituzionale, credo che sia la prima necessità da soddisfare. Non si può perdere altro tempo se si pretende che le amministrazioni abbiano almeno il 10% dei dipendenti in SW/telelavoro entro l’agosto del 2018.
La seconda funzione è sicuramente quella di mettere in contatto le pubbliche amministrazioni e dare loro incentivi per scambiare buone pratiche in tema di flessibilità: Il Comune di Torino e la Provincia Autonoma di Trento hanno chiaramente manifestato la volontà di volere diffondere le loro esperienze. Per diffondere queste esperienze, il DFP e il Dipartimento per le Pari Opportunità potrebbero organizzare la Settimana del lavoro agile per il pubblico, emulando la settimana dell’amministrazione aperta che si è appena tenuta . La locazione potrebbe essere anche un luogo differente da Roma. Si potrebbe ospitare a Torino, Trento o Bergamo o a Palermo. Insomma, va diffusa la buona novella e i vantaggi derivanti.
Infine, si potrebbero dare incentivi economici per chi riesce tramite lo SW a ridurre i costi dell’amministrazione tramite misure di flessibilità. Le risorse sono certo scarse, però dare risorse una tantum in cambio di risparmi nel lungo termine è sicuramente un bilancio a somma positiva. Questa misura si potrebbe fare rientrare nella legge di bilancio tra le misure per la razionalizzazione della spesa del 2017.
Infine un altro aspetto è quello di monitorare: bisogna monitorare le varie esperienze e capire come queste funzionano. Raccogliere dati e informazioni deve essere il punto di partenza per ogni buona legge. Purtroppo il monitoraggio non è obbligatorio per il DFP e per le amministrazioni.
Questo è quello che penso io, ma non so fattivamente quanto tutto ciò sia possibile. Voglio essere ottimista e pensare che ci siano margini di azione. Tutto dipenderà dagli sviluppi politici.

Come millennials tu oggi avresti voglia di lavorare in una PA? Cosa potrebbe farti cambiare idea a riguardo?
Io ho voglia di lavorare nel pubblico italiano, ma faccio parte di una piccola minoranza di persone che pensano che lo stato possa migliorare il benessere di una società. C’è da dire che questo scarso attaccamento al pubblico non è un fenomeno solo italiano, ma è un atteggiamento diffuso anche in altri paesi e ci sono vari studi che se ne sono occupati. La nostra generazione vuole emergere professionalmente e vuole guadagnare tanto, anche a costo di sforzi immani. Questo non è sempre possibile nel pubblico, dove gli stipendi sono più bassi rispetto al privato e il merito non è sufficientemente valorizzato, facendo prevalere le logiche politiche a quelle motivazionali. La seconda ragione è l’immagine del pubblico. Oggi le amministrazioni sono luoghi poco dinamici e poco stimolanti, se visti dal di fuori. La nostra generazione conta di cambiare lavoro più volte nella propria vita per sperimentare esperienze diverse e imparare sempre di più. Il settore pubblico non offre questa possibilità. Se è vero questo, lo SW può aiutare in questa direzione. La conciliazione della vita-lavoro nel pubblico è sicuramente un incentivo importante per attrarre giovani risorse e permettere loro di costruirsi stabilmente un futuro con la famiglia.
Infine non ci sono programmi per la selezione dei dipendenti. E’ giusto che i dipendenti pubblici entrino per concorso ma è necessario inventarsi programmi di selezione per i neolaureati. Molte agenzie delle Nazioni Unite stanno andando in questa direzione. I programmi ti permettono di sperimentare per 2-3 anni differenti funzioni in vari progetti per il mondo. Il fine è investire sulle persone per sviluppare i migliori talenti.
Il caso italiano è quanto mai complicato. Ad oggi i concorsi pubblici sono chiusi, soprattutto per i comparti delle istituzioni locali, regionali e centrali. L’età media supera i 50 anni e i giovani, se lavorano nel pubblico, sono precari. Il conflitto generazionale è evidente. Cosa fare? Aprire i concorsi pubblici ora per permettere il trasferimento delle conoscenze dall’attuale generazione alla nuova generazione. Semplificare i concorsi. Un studio di Banca d’Italia dice che per partecipare ad un concorso pubblico c’è bisogno di 5 mesi di preparazione full-time, implicando un costo per mancati stipendi di 1.300. Considerando le 280mila persone che hanno sostenuto i concorsi nel 2014, si calcola un costo di 1 mln di mesi spesi in preparazione e 1,4 mld di euro in mancati stipendi. Aggiungo che i concorsi pubblici non bastano più per selezionare i dipendenti pubblici. Permettere di lavorare pagati per brevi periodi quando si è ancora studenti nelle amministrazioni è essenziale. Io ho lavorato per tre mesi al DFP senza percepire un euro. Per fortuna la mia università mi compensa per parte dei costi sostenuti. Ma tutti gli altri studenti che non hanno questa possibilità, come fanno? Questo quadro non incoraggia anche i giovani più motivati.
Si può fare molto di più per migliorare lo stato delle cose e con notevoli vantaggi. I giovani sono da sempre fattore di innovazione e sono una grande risorse produttiva, soprattutto nei primi anni di lavoro. I vincoli di bilancio non possono impedire che queste risorse rimangano inutilizzate o peggio ancora vadano all’estero.
Credo di essere andato oltre la sua domanda, ma le ho risposto quello che penso da tempo.

Grazie Antonio, la PA ha bisogno di gente come te.

Tempi di vita e di lavoro – Equilibrio possibile.

(Guest post di Marina Penna)

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Giornata intensa ieri alla Presidenza del Consiglio, molti i relatori al convegno Tempi di vita e di lavoro – Equilibrio possibile. Due le sessioni, una dedicata al monitoraggio degli interventi a favore della conciliazione di due programmi (Intesa 1 e Intesa 2) e l’altra dedicata al lavoro agile.

Un resoconto completo sarebbe troppo lungo, perciò vi racconto quello che mi ha colpito di più e vi rimando per gli approfondimenti al sito del Dipartimento delle Pari Opportunità su cui saranno pubblicate le slides. http://www.pariopportunita.gov.it/

Nella prima parte il focus è stato sulle politiche di occupazione femminile. Dalle statistiche emerge un’Italia non solo fanalino di coda per l’occupazione femminile, ma anche un Paese in cui si è andata progressivamente spegnendo la spinta verso il futuro. La rinuncia, spesso forzata, delle donne al lavoro per la maternità o alla maternità per il lavoro ha sottratto e sottrae risorse preziose allo sviluppo economico e demografico e rende più difficile la nostra uscita dalla crisi.

Gli aspetti più innovativi delle politiche messe in campo dalle Regioni e analizzate dal monitoraggio sono il passaggio dal welfare primario a quello secondario, la capacità di attivazione di risorse non pubbliche e l’evoluzione della cultura della flessibilità. Il disegno e nella governance di queste politiche dimostrano di evolvere quando arrivano a considerare la conciliazione come un percorso partecipato che ridefinisce le organizzazioni della vita privata e del lavoro dove tutti i soggetti coinvolti devono trovare la “soddisfazione” delle proprie esigenze.

Negli interventi sul lavoro agile della seconda sessione quello che mi ha colpito di più è stata la netta demarcazione fra chi, nella pubblica amministrazione, ha ragionato sul lavoro agile come di una categoria, senza essersi cimentato con i reali problemi e vantaggi e chi ha invece provato a costruire un percorso autentico di benessere organizzativo all’interno di percorsi reali di una amministrazione anche ricorrendo al lavoro agile.

I primi hanno messo in evidenza diffidenza, ostilità e timori di dirigenti, sindacati e dipendenti. Nelle parole dei secondi era a stento contenuto l’entusiasmo di aver realizzato esperienze di collaborazione positiva tra dipendenti e dirigenti e di aver raggiunto insieme successi che andavano al di là delle aspettative dei partecipanti.

Il punto cruciale del lavoro agile è nel trasferimento di responsabilità tra il datore di lavoro e il dipendente. Questo trasferimento può avvenire in serenità solo quando è parte di un processo più ampio autenticamente finalizzato al miglioramento del benessere organizzativo e quando è partecipato.

I comuni intervenuti hanno parlato delle proprie esperienze di sperimentazione di “lavoro agile” inserito nei propri processi interni di organizzazione di benessere organizzativo e di gestione delle risorse. In tutti i casi presentati c’è stato un reale ascolto del dipendente, non solo dei suoi bisogni di conciliazione, ma anche delle sue idee e delle sue proposte che il comune ha fatto proprie e che hanno realizzato insieme con successo.

Tutto questo è lontano milioni di anni luce dal telelavoro rigido e sofferto, infarcito di inutili, irritanti, umilianti prescrizioni adottato da molti uffici della PA. E’ difficile credere che non approcceranno al lavoro agile della legge Madia con lo stessa cultura dell’ostacolo e della punizione preventiva dei dipendenti che hanno adottato fino ad ora.

Intervista sul lavoro agile, smartworking, sapete già tutto?

Durante la trasmissione 2024 condotta da Enrico Pagliarini su Radio24  Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano, e Federico Bianchi, di Smartworking s.r.l. si confrontano su cosa significa smart working e su quali sono i vantaggi per aziende e lavoratori o le tecnologie abilitanti di questa trasformazione.

Volete ascoltarli?

radio

Smart work: storia di due parole.

In una social community mi hanno fatto notare come l’Italia sia una delle poche nazioni al mondo in cui si parla di più di smart work che di remote work.

Lo dice google trends:

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C’è gente ben più titolata di me che ha approfondito l’argomento su quale parola sia meglio utilizzare a seconda del contesto.

A me piace provare a raccontare la storia di queste due paroline “smart work”, che in Italia hanno assunto un significato particolare. Sono nate principalmente dai media in una certa situazione.

Ad un certo punto della storia legislativa italiana si è provato a presentare un disegno di legge. Era il dicembre del 2013 e partiva una consultazione pubblica sul Corriere della Sera. Era una proposta di legge bipartisan sostenuta da Pd, Ncd e Scelta Civica nelle persone di Alessia Mosca, Irene Tinagli, Barbara Saltamarini. Quella legge sappiamo che ha avuto varie vicende, ma come un gatto sembra avere parecchie vite, c’è chi la aspetta come regalo sotto l’albero, c’è chi pensa che non cambierà nulla.

Tornando alla storia delle due parole “smart work” vediamo in Italia come si sono diffuse insieme ai suoi parenti stretti, cioè alle varianti che media e social hanno utilizzato:

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Sommando tutti i contributi abbiamo sicuramente un interesse crescente che esplode a febbraio di quest’anno, guarda caso, in corrispondenza della terza giornata del lavoro agile a Milano, iniziativa partita insieme al progetto di legge.

Vorrei dire anche che in Italia “smart work” non vuole sostuire il “remote work”, che qui da noi si è praticato poco, capito per niente. Vuole invece dare inizio ad una rivoluzione culturale in cui il lavoro è sgangiato dallo spazio tempo, agganciato ai risultati da raggiungere. E’ una filosofia dove la persona è al centro e da lei si riparte.

Dopo aver giocato con i numeri faccio riemergere la mia parte ingegnera e vi dico anche che per me non è importante il “modello” o il “termine” con il quale vogliamo indicare questa filosofia di vita, per me è importante che funzioni.

E alla fine è come per il sesso, più se ne parla e meno lo si fa.