dO + Help, storia di nomadismo digitale

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Donia è un regalo che mi ha fatto il web. Una persona con la quale condivido il modo di vedere le cose. Oggi ve la presento con la sua esperienza da assistente virtuale.

 

Ciao, il mio nome é Donia Prengemann, mi abbrevio in dO, che potrebbe venire da “to DO” = da fare in inglese.

DOhelp é il nome che ho pensato di dare alla mia “attività” di supporto remoto, un gioco di parole tra

(DO = FA) + (Help = Aiuta) = DO(nia) ti aiuta.

DOphoto é lo stesso gioco di parole legato ad una delle mie passioni, ovvero, la fotografia.

Mi sono avvicinata al mondo del nomadismo digitale e del lavoro in remoto pian piano. Non so indicare una data precisa. Sono sempre stata interessata ai cambiamenti e alle novità nel mondo del lavoro. A tutto quello che è nuovo, a come migliorare una situazione lavorativa utilizzando le risorse esistenti. Sicuramente ha aiutato anche il fatto di aver vissuto in diversi paesi e questo mi ha fatto pensare che sarebbe bello avere un mestiere da poter “portare” con te, indipendentemente dal posto in quale sei in quel momento.

Di formazione giuridica, in Italia conoscendo il tedesco sono arrivata a lavorare, più che altro per caso, nell’ambito informatico.Non sempre nella vita continui a fare quello che hai studiato, come spesso si vede.

remotework

Non mi identifico con le immagini dei nomadi digitali presenti sul web. Non credo nella finta foto sulla spiaggia in quale vedi la gente “lavorare” con i piedi nel acqua e il computer in braccio con il monitor spento. Sono falsi stereotipi.
Per lavorare bene e concentrarsi, secondo me ci devono essere certe condizioni: corrente elettrica, internet, tranquillità, una scrivania ecc. Cose che certo puoi avere non solo in ufficio, anche fuori di casa, ma sicuramente non in spiaggia.

Non mi identifico neanche con le immagini di assistenti virtuali/segretarie che trovi su internet. Non mi vedrai mai con le cuffie, come all call center. Al computer mi piace star comodo, i jeans sono i miei amici. No, non sto in pigiama, ma sicuramente non indosso il completo. Può succedere che faccio colazione davanti al pc se sono in ritardo, ma questo non vuol dire che la serietà del lavoro che sto facendo in quel momento per un cliente viene meno.

LR: Quando hai sentito parlare per la prima volta del mestiere di assistente virtuale?

dO: Nel 2011-2012 all’incirca, cercando su internet, ho trovato un articolo di Mary Tomasso sul sito dei Nomadi Digitali che parlava delle Assistenti Virtuali. Era già un momento della vita nel quale il lavoro in ufficio, nell’azienda informatica dove ero assunta a tempo indeterminato, mi era diventato stretto per diverse ragioni.

Ho provato parlare con uno dei manager dell’azienda per provare a lavorare in remoto, magari qualche giorno, o mezze giornate. Abitavo a Torino a quei tempi, ma desideravo spostarmi in montagna, dove abito adesso e raggiungere il posto di lavoro non era semplicissimo negli orari richiesti e aveva anche un costo non indifferente. L’azienda non avrebbe avuto nessuna perdita. Purtroppo la mia richiesta è stata respinta con la motivazione che il cliente finale desidera una presenza sul posto dei consulenti. In realtà con l’opzione della reperibilità tutti gli impiegati della nostra azienda informatica avrebbero potuto lavorare in remoto, facendo risparmiare all’azienda cliente non solo l’ufficio ma anche posti di lavoro, riscaldamento, luce ecc. Insomma… se neanche in informatica e supporto clienti non si può lavorare da remoto…

LR: Quando hai capito che poteva essere il tuo mestiere?

dO: Nel 2013 ho deciso di dare le dimissioni dal mio “sicuro” posto fisso e di provare a buttarmi in quello che pensavo avrebbe potuto essere un mestiere alternativo in quel momento, dove poter includere competenze, che nel lavoro fisso che avevo avuto prima, non potevo. Volevo poter portare dentro tutta la mia creatività, volevo poter “pensare” con la mia testa e cercare di offrire soluzioni migliori alle alternative esistenti ai miei clienti, aiutarli in quello che io definisco necessario per la maggior parte dei liberi professionisti, artigiani, impresari di piccole attività e che si chiama “cultura digitale”. Una cultura quasi inesistente nella maggior parte dei casi. Penso sempre che nel 99% non viene utilizzato il potenziale esistente purtroppo. Non sul Web. A cosa può essere utile per un idraulico essere presente sul Web? Insomma oltre il cerchio dei conoscenti… magari a trovare nuovi clienti? Cosa può fare un idraulico con una presenza sul web? Oltre a far presente al mondo che esiste, offrire servizi speciali, creare offerte, ecc. Quanti avranno provato a fare una ricerca su Google inserendo luogo e mestiere e vedere chi e come compare. Insomma, la concorrenza. Cosa fa la concorrenza, cosa offre in più, in meno, prezzi, presenza… ecc. Ovviamente questo si può estendere a qualunque tipo di attività, dal libero professionista, all’impresa agricola che vende verdure oppure produce il formaggio. Chi non può trarre benefici dal “farsi conoscere” ?

Tornando alle assistenti virtuali all’inizio ho pensato che non sono nè carne, nè pesce. In Germania dove mi sono formata, i mestieri sono molto “regolamentati”. Una visione abbastanza rigida. Mi sono sempre chiesta un’assistente virtuale può essere segretaria e creare siti web? Offrire servizi di customer care e grafica nello stesso tempo? Può essere un po’ di tutto? Puoi avere cosi tante competenze? E quelle competenze sono veramente valide? In America dove il mestiere esiste dagli anni 90 sembra che il tutto funzioni. In Europa si riscontra ancora tanta diffidenza. Non so a chi dare ragione veramente. La risposta sicuramente é nella via di mezzo. Dipende dal livello e formazione “continua” della persona. Da quanto ti tieni aggiornato, da quanto sei desideroso a imparare e dal saper quale sono i tuoi limiti e quando é il caso di lasciar un altro “professionista” al tuo posto. Non bisogna dimenticare che comunque, come in tutti mestieri, la “collaborazione” con vari profili professionali è essenziale. Chi crea siti web in teoria sa che la SEO professionale viene fatta da una persona che si occupa principalmente di quello, che il web design è una cosa seria e non solo una parola, che i testi sono essenziali per un sito e che devono essere scritti non dal “nipote” ma da un valido copywriter e che le foto devono essere professionali ecc ecc.

Mi confronto spesso con situazioni nelle quali si pensa che Facebook può essere gestito da chiunque, cosa ci vuole? Per chi non lo sa esistono i Social Manager. Cosa sono? Eh.. vedi.. sei indietro con la “cultura digitale” Signor “Rossi”.

LR: Il lavoro che ti è piaciuto di più fare?

dO: Analizzando una situazione di un professionista gli ho “offerto” l’idea di “insegnare” e portare le sue conoscenze sul web, offrendo dei pacchetti di corsi online, utilizzando strumenti sia gratuiti che a pagamento. Siamo partiti dalla presenza online, branding, grafica coordinata, creazione di un sito, pubblicità sui vari social e tanto altro. Come è finita? I corsi online esistono da 2 anni sul web, e anche gente che vive in un rifugio in montagna riesce a seguirli. Ho ricevuto dei ringraziamenti per l’idea (per altro non nuova) – ma in quell’ambito pare unica in Italia.

LR: Un lato positivo e uno negativo del tuo lavoro.

dO: Il lato positivo è che nessun lavoro è uguale ad un altro, che posso utilizzare le mie conoscenze e la mia creatività, cosa non scontata. Spesso in un posto fisso ti viene imposto di seguire delle regole e avere delle proposte migliorative purtroppo non sempre viene desiderato e accolto. Positivo è ancora il fatto che decido io quando lavoro e come lavoro, dove lavoro e con chi lavoro.
Negativo? La tanta diffidenza e mancanza di cultura digitale delle persone. E’ difficile spiegare alle persone che puoi benissimo lavorare bene senza essere sotto osservazione e che si può fidare anche senza per forza incontrarsi. Che interesse avrei mettere in gioco il mio nome e far brutta figura? E perché lavorare male? E’ molto difficile trovare un cliente ed é tanto facile perderlo se non lavori bene.

 

Mi piace pensare che lavoro in un ottica H2H – Human to Human (che è la cosa più naturale possibile) e non B2B Business to Business oppure B2C – Business to Client.

 

Provo a trattare te come vorrei che fossi trattata io.
Come una persona e non come un numero.
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