Lavoro da remoto vuol dire imparare a valutare

[guest post di Federico Tomassetti]

Ci sono molte molte differenze sul lato umano e personale che riguardano la possibilità di organizzarsi la propria giornata e il diverso rapporto con i colleghi. L’aspetto che però ritengo sia fondamentalmente diverso è che il lavoro da remoto presenta una serie di sfide e credo che queste obblighino a ridefinire il rapporto di lavoro in maniera più autonoma e responsabile.

In particolare secondo me è il punto fondamentale è che quando il lavoratore non si trova fisicamente in ufficio non lo si può più valutare dal numero di ore che passa alla scrivania ma bisogna cominciare a valutarlo dai risultati che produce.

orologio

Per il datore di lavoro è rassicurante avere qualcuno seduto alla scrivania sotto ai suoi occhi: lui sta pagando per otto ore di lavoro e può verificare che la persona stia in ufficio in effetti otto ore, senza passarne la metà alla macchinetta del caffè o sul cellulare. Magari può anche riuscire a fargli fare un po’ di ore in più e avere l’idea di aver fatto un affare.

In un rapporto di lavoro da remoto invece bisogna affidarsi ad un altro metro di valutazione e il metodo ideale a mio avviso è quello di stabilire degli obiettivi verificabili e giudicare il lavoratore in base a questi. Questo cambio di paradigma richiede uno sforzo da parte del committente o del datore di lavoro perchè richiede di avere le idee chiare su che cosa si desidera ottenere dal lavoratore e anche avere la capacità di giudicare questi risultati. Chiunque può prendere nota chi è ancora in ufficio alle 19 e di chi è andato a casa alle 17, più difficile è valutare se le 3 feature implementate da Mario sono un risultato accettabile o se i 10 bug risolti di Andrea vogliono dire che sta rendendo sopra le aspettative. Bisogna avere competenze e investire tempo per valutare il lavoratore da remoto ma in compenso si ha una valutazione più efficace, basata sul reale valore prodotto, perchè quello che ha valore per il cliente sono le feature implementate, i bug risolti, i progetti completati, non le ore trascorse alla scrivania.

Questo cambio di paradigma non credo si affronti dall’oggi al domani e probabilmente va preparato iniziando a misurare la produttività degli impiegati che lavorano in ufficio. Una volta raccolti abbastanza dati si avrà la possibilità di valutare chi lavora da casa confrontandone la redditività con chi continua a lavorare dall’ufficio. Il rapporto di fiducia fra lavoratore e datore di lavoro può quindi essere rafforzato basandosi su questi elementi concreti.

Conclusioni

Credo che sia però importante capire che il lavoro da remoto ci spinge a essere più maturi: a pianificare meglio e a essere più responsabili. Richiede fiducia, certo, ma la fiducia si può costruire con i risultati e una comunicazione efficace.

 

Mi farebbe molto piacere se voleste seguire il mio blog (in inglese): http://tomassetti.me/

Se poi siete alla ricerca di un ingegnere informatico che possa seguire da remoto i vostri progetti potete leggere qui come ingaggiarmi.

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3 thoughts on “Lavoro da remoto vuol dire imparare a valutare

  1. Ciao, articolo molto interessante (così come tutto il blog, che non conoscevo e da oggi seguirò)!

    Sono assolutamente d’accordo con Federico: avere il lavoratore davanti agli occhi è rassicurante per il datore di lavoro e perchè il telelavoro sia pienamente accettato deve cambiare alla base il modo di giudicare la quantità e la qualità del lavoro. Nel libro “Remote – Office not required” si legge proprio di questo e di come gran parte delle compagnie sia ancora molto affezionata al concetto di ufficio e di lavoro 9-17 non tanto perché convenga, bensì per paura di perdere il controllo sul lavoro svolto e, soprattutto, sui lavoratori.

    Personalmente sono 5 anni che lavoro come freelance da remoto, spesso all’estero, e quello legato alla mia assenza fisica da una scrivania è il problema principale che mi sono trovata ad affrontare. E’ davvero peculiare che l’ansia di un cliente possa essere legata maggiormente ai miei orari che alle performance del mio lavoro ma, nonostante il mio stupore, prima o poi il domandone arriva: bel risultato eh, ma quante ore lavoro per loro esattamente?

    L’impressione è che per fortuna, pian piano, il telelavoro si stia estendendo e possa presto diventare finalmente una realtà accettata, con il conseguente passo verso la maturità di cui parla Federico in chiusura dell’articolo. Da brava semi-nomade digitale spero accada molto presto 🙂

    Ciao!
    Mae

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