TELE-VISIONI

Guest post di Marina Penna

TELELAVORATORIUscita da un incontro con l’Ufficio del personale sull’attuazione del telelavoro, riflettevo sulle risposte ricevute. Un flash improvviso, un antico proverbio cinese è emerso dai ricordi: Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo.
Per qualche oscuro motivo il fatto che quel proverbio mi apparisse come una sintesi estrema e calzante della discussione appena conclusa mi concedeva un po’ di sollievo dal profondo senso di frustrazione che provavo.
Nessuna argomentazione sui benefici economici, ambientali, aziendali e personali conseguibili con una diversa organizzazione del lavoro, nessuna dimostrazione sulla possibilità di conciliare flessibilità dell’orario lavorativo e controlli avrebbe mai potuto scalfire quell’intimo convincimento che il telelavoratore fosse, per natura, uno scansafatiche. Con un certo sconcerto avevo potuto constatare che, con qualche rara eccezione, ufficio del personale e rappresentanze sindacali, su questo punto, mostravano l’identico sentire. Non solo era inevitabile che ogni decisione sul telelavoro prescindesse dalla funzionalità ad un qualsivoglia scopo operativo e fosse evidentemente orientata ad erogare “punizioni preventive”, ma nessuno trovava in questo niente per cui valesse la pena preoccuparsi. Avevo sbagliato a pensare che le scelte di cui avevo chiesto di capire la ratio fossero frutto di scarsa conoscenza o di gratuita cattiveria, era solo il risultato di un diffuso, intimo pre-giudizio, più o meno conscio.
Mentre mi chiedevo quante assennate mogli cinesi si fossero sentite autorizzate dalla fatale scarica di botte serale a farne di cotte e di crude alle spalle del marito, mi sono imbattuta in un annuncio sul telelavoro di Katherine Archuleta, direttore del U.S. Office of Personnel Management.
Nel riferire al Congresso sull’attuazione del telelavoro nel Governo Federale degli Stati Uniti (sic!) dichiara, senza celare il proprio compiacimento, che “I dati dimostrano che il telelavoro continua ad essere associato ad maggiori responsabilità, soddisfazione sul lavoro, e responsabilizzazione. In confronto ai dipendenti che incontrano barriere per accedere al telelavoro, i telelavoratori mostrano minore tendenza a lasciare la propria agenzia per un nuovo posto di lavoro, si sentono maggiormente investiti della responsabilità di raggiungere i risultati e raccomanderebbero ad altri il proprio posto di lavoro”.
Pensare che da qualche parte nel mondo per decidere sulle strategie del pubblico impiego si parta dal concetto che il dipendente pubblico sia una risorsa da non perdere e si agisca per aumentarne la produttività e non per estinguerlo (vedi il nostrano blocco del turnover e del contratto del pubblico impiego) e che, addirittura, un’amministrazione si senta gratificata dal sapere che un proprio dipendente raccomanderebbe ad altri il proprio posto di lavoro mi ha fatto apparire l’abisso da colmare in tutta la sua vastità…
Ancora non ho metabolizzato lo shock da divario culturale e non so se questa nuova consapevolezza mi porterà ad arrendermi difronte all’inane tentativo di dimostrare che il telelavoro può essere utilizzato strategicamente per migliorare e rendere più efficienti pubbliche amministrazioni o se la constatazione che “si può fare” sarà una spinta a proseguire…. Per adesso se volete gettare uno sguardo alla relazione di Katherine Archuleta http://www.telework.gov/Reports_and_Studies/Annual_Reports/2013teleworkreport.pdf

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