La storia di Fabrizio

fabrizio

Ciao, mi chiamo Fabrizio Dalla Villa, telelavoratore dal 2003.

Lavoro dal 1979 e già verso la fine del 1900 ho iniziato a pensare che, forse, alcuni lavori che svolgevo in ufficio, avrei potuto svolgerli comodamente da casa. Allora ero dipendente di ShellGas (oggi non più esistente in Italia), che a suon di ristrutturazioni era arrivata alla costituzione di un servizio clienti nazionale, dislocato nell’hinterland milanese (Cusano Milanino). Per raggiungere il posto di lavoro ci mettevo almeno mezz’ora e altrettanto per tornare a casa la sera. Le ore di viaggio si sommavano a quelle lavorative e dover gestire il contatto telefonico col cliente in quelle condizioni, rappresentava uno stress inutile, se non addirittura controproducente. Quando facevo presente ai miei capi, che la mia situazione fisica era notevolmente peggiorata (faccio i conti con una paraparesi spastica, dovuta ad una paralisi cerebrale infantile, che non mi ha mai permesso di camminare correttamente. Men che meno di correre e saltare), così come attestavano i certificati della commissione medica, e chiedevo di poter lavorare da casa, i miei capi mi rispondevano che ciò non era possibile, facendo la figura degli handicappati nei miei confronti. Se è vero che i social media sono nati e si sono sviluppati da un decennio, non possiamo dimenticare che già allora internet esisteva ed anche l’informatica, seppur non ai livelli odierni, permetteva di lavorare da casa. Quelli erano i tempi in cui, quando la filiale di cui facevo parte io, riusciva a vendere di più in meno tempo, delle altre tre filiali, i capi si domandavano che cosa facessimo nel tempo restate, anziché complimentarsi con noi per i risultati più che ottimi raggiunti in tempo minore.

La cosa strana è che, tra il 28 maggio del 2001 (ultimo giorno di lavoro in quell’azienda) e il 23 aprile 2003 (primo giorno di lavoro in IKEA), a parità di lavoro ebbi la conferma che esso si potesse svolgere da casa. Quando iniziai, dovetti fare qualche mese in ufficio per imparare le basi del lavoro, anche perché essendo in fase sperimentale e necessitando di continue “correzioni di rotta”, occorreva capire cosa migliorare e come migliorarlo.

Il mio telelavoro è con contratto part-time, essendo un lavoro che impegna molto la testa, quindi altamente stressante: 25 ore la settimana, con un sabato lavorativo ogni due (e giorno di riposo infrasettimanale il mercoledì della settimana in cui lavoro il sabato, salvo modifiche per esigenze del gruppo di cui faccio parte o mie). Anche l’orario giornaliero è stabilito a priori e modificabile per esigenze particolari.

Quando ho iniziato avevo un pc fisso e per l’aggiornamento dei programmi non era il massimo. Oggi invece, se i programmi non si aggiornano online, ho il portatile che posso trasportare in ufficio e collegare alla rete direttamente, senza passare da internet.

Ultimamente ho preso l’abitudine, ovviamente concordata col mio capo, di recarmi in ufficio una volta la settimana, per aggiornamenti e formazioni varie, e anche per stare un po’ in mezzo ai colleghi e alle colleghe. I In occasione dei rientri settimanali, ho la necessità di riposarmi quando torno a casa, perché il viaggio in mezzo al traffico mi stressa, anche se si tratta di un percorso breve (10 km per l’andata e altrettanti per il ritorno).

Come telelavoratore ho gli stessi diritti e doveri dei colleghi, e non posso disporre del tempo a mio piacimento, ma devo rispettare orari e giorni stabiliti.

Il telelavoro mi permette di risparmiare sull’utilizzo dell’auto e su quello del vestiario. Quando si va in ufficio occorre vestirsi in un certo modo, mentre lavorando da casa si può stare in tuta quando fa freddo e in calzoncini e maglietta quando fa caldo. Ho capito che il telelavoro se è gestito bene, ha molti più lati positivi di quelli negativi.

Tutto sommato questo lavoro mi piace, anche perché sono curioso e interessato alle novità che non mi spaventano affatto.

Fabrizio Dalla Villa

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