18 Febbraio 2013 – Un nuovo inizio –

Il mio percorso verso il telelavoro inizia da un articolo di giornale: il Comune di Torino voleva dare inizio ad un progetto sperimentale di telelavoro, si parlava della partecipazione ad un bando della Regione Piemonte, ma sembrava tutto molto lontano.

Io rientravo dalla mia terza gravidanza e stavo cercando di capire come organizzare la mia vita con tre bambini piccoli che presto avrebbero frequentato tre scuole differenti, nel frattempo avevo appena richiesto il trasferimento ad un altro ente per potermi avvicinare a casa.

Ho parlato in famiglia della notizia letta e ho iniziato a pensare a come avrei potuto organizzare il mio lavoro da casa. Negli stessi giorni il mio dirigente aveva letto lo stesso articolo e mi proponeva di partecipare al progetto.

Passano mesi prima di sapere se il progetto davvero partirà, poi per sapere se il mio nome comparisse nelle prime 20. Tanta è stata la felicità, quasi come avessi rivinto il concorso; si apriva per me una porta nuova che mi permetteva di non rinunciare al mio lavoro, né mi imponeva una riduzione oraria e quindi di salario, ma poteva anzi valorizzare alcuni aspetti del mio lavoro.

Il 18 febbraio 2013, davanti alla mia scrivania nuova, mi sono sentita un po’ sola e in dovere di dimostrare qualcosa, con leggero senso di colpa di fondo. Essere pionieri permette di sperimentare cose nuove, ma ha dei rischi. Il rischio più grande per me era tornare ad essere schiava del cartellino, in un ufficio a 50 minuti da casa mia. In ufficio lasciavo i colleghi, quelli che mi incoraggiavano, quelli che mi dicevano che ero pazza a rinchiudermi in casa, quelli che erano invidiosi di me (e quest’ultima non me la aspettavo). A loro e a chi controllava il mio lavoro dovevo dimostrare che poteva funzionare.

Il primo mese è stato esaltante. Non stavo così bene da anni. La sensazione principale sul mio lavoro era di essere diventata libera professionista, con oneri e onori. Il mio lavoro era diventato più autonomo e riuscivo a svolgerlo più velocemente e, a mio parere, meglio. Potevo accedere ai documenti di lavoro in orari in cui nessuno è più in ufficio, dare risposte all’ultimo minuto in orari insoliti. Per quanto riguarda la mia vita personale non avevo più l’ansia di correre presto al mattino e poi di nuovo correre al pomeriggio, con i mezzi pubblici dall’altra parte della città per prendere a scuola i tre bambini. Ho ritrovato nuove energie e voglia di fare, per dipingere con i bambini, per cucinare qualcosa di speciale, per chiaccherare con le amiche o curare le piante. La mia vita famigliare e sociale era radicalmente cambiata, non solo per il tempo in più che potevo avere a disposizione, ma anche per la stanchezza in meno che accumulavo.

In questo periodo ho iniziato a documentarmi sull’implementazione del telelavoro nel mondo e in Italia e ho sentito la necessità di cercare un modo per far parlare di noi, perché la sperimentazione non si fermasse, ma che anzi potesse essere estesa. Io stavo bene e lavoravo meglio e di più, quanti altri avrebbero potuto farlo?

Sono rimasta in contatto con alcune colleghe e insieme abbiamo condiviso molte cose, dalle più banali alle più serie e questo mi ha permesso di non sentirmi isolata. Ho così conosciuto compagne di viaggio speciali, ognuna con la sua storia, ma con la mia stessa voglia di dimostrare che il progetto avrebbe avuto successo.

Parlando con amici e conoscenti mi sono resa conto che la possibilità di lavorare fuori ufficio in molte realtà è già normale. Ho incontrato persone che pur vivendo in Europa lavorano per uno studio legale negli Stati Uniti, o chi quando vuole, decide di rimanere a Torino piuttosto che stiparsi su un treno per Milano. Chi anche se è in mutua o in maternità si collega, lavora. Solo che spesso la flessibilità è solo da parte del lavoratore, per l’azienda vale sempre l’orario di bollatura.

Cosa spero per il futuro? Che il nostro progetto sia il primo di molti.

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